Motion Graphic per la tua strategia di comunicazione

Motion Graphic per la tua strategia di comunicazione

Ogni giorno, nel web, vengono condivisi più di 27 milioni di contenuti. Come distinguersi? La Motion Graphic punta a contenuti video animati, vivaci e in grado di intrattenere la nostra attenzione.

Motion graphic: tutti ne parlano e tutti la vogliono, ma perché inserirla nella tua strategia di comunicazione? Scopriamolo assieme.

Cos’è la Motion Graphic?

Partiamo dalle basi. Con il termine “Motion Graphic” ci si riferisce a grafiche animate, brevi video che hanno lo scopo di raccontare, pubblicizzare e rendere più accattivante un prodotto o un servizio.

8 ragioni per integrare la tua strategia di comunicazione con la Motion Graphic

Ecco 8 ragioni per scegliere la motion graphic e promuovere le tue campagne marketing e renderle memorabili:

  1. Rispetto al testo, le grafiche animate trasmettono il messaggio 60.000 volte più velocemente.
  2. Ti basta meno di 1/10 di secondo per catturare l’attenzione dei Millennial. Anche quelli più indaffarati!
  3. Trasforma messaggi complessi in informazioni facili da comprendere.
  4. Puoi creare scene mozzafiato senza un budget hollywoodiano.
  5. Si adatta velocemente e facilmente a prodotti, pubblici e mercati differenti.
  6. Incoraggia e stimola la condivisione sui social media.
  7. Aumenta il tasso di conversione fino al 75%.
  8. Rende il tuo messaggio il 58% più memorabile.


Cosa sono i Chatbot e perché sono utili per la tua azienda

Cosa sono i Chatbot e perché sono utili per la tua azienda

Cosa fai se, nel 2018, hai bisogno di un’informazione su un prodotto o servizio che stai per acquistare? Scrivi una mail? Chiami il Call Center? Sicuramente cerchi il modo più semplice e diretto per aprire un canale di conversazione con l’azienda. Scopriamo assieme cosa sono i Chatbot e perché sono utili alla tua azienda.

Chabot: i canali di conversazione preferiti dagli utenti

Le chat sono i nuovi canali di conversazione preferiti dagli utenti. Lo dicono i dati: una ricerca di Business Insider mostra come il dialogo tra clienti e aziende si stia inesorabilmente spostando nelle chat private, a discapito degli altri canali di comunicazione.

A farla da padrone, neanche a dirlo, è Facebook Messenger. La piattaforma di Mark Zuckerberg può contare su numeri pazzeschi: sono oltre 2 miliardi i messaggi scambiati tra utenti e brand ogni mese.

In un contesto come quello descritto, esiste uno strumento di Digital Marketing che permette di gestire e automatizzare l’intero flusso conversazionale con i potenziali consumatori: il Chatbot.

Cos’è un Chatbot?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su questo strumento. In poche parole, il Chatbot è un software basato sull’intelligenza artificiale, in grado di simulare una conversazione one-to-one con l’utente e di fornire risposte funzionali agli input ricevuti.

Si tratta, quindi, un risponditore automatico che è in grado di farsi carico, con i limiti della tecnologia attuale, del Customer Care su Facebook o sulla piattaforma web dove viene installato. Occhi a cuore del Social Media Manager!

Quali sono i benefici del Chatbot?

I benefici poi, per l’attività aziendale, sono molteplici. Ne citiamo tre:

  • viene aperto un canale di comunicazione diretto con i potenziali clienti, ottimizzando i costi di gestione dello stesso;
  • la reperibilità del bot è h24, 7 giorni su 7, senza ferie o malattie;
  • si ottiene una quantità notevole di informazioni sfruttabili sugli utenti.

Come funzionano i Chatbot?

Esistono già dei Chatbot su Facebook Messenger che funzionano molto bene. Tra questi troviamo il bot di Skyscanner, che permette di ricercare i voli più convenienti, sia inserendo una destinazione precisa sia digitando semplicemente “anywhere”.

Nel settore Fashion un bot che si è distinto è quello di Tommy Hilfiger: attraverso un breve quiz è possibile scoprire il proprio outfit ideale e di conseguenza acquistare i capi proposti dall’assistente virtuale.

La grande forza di una tecnologia come i Chatbot è la convergenza: tale strumento non richiede all’utente, infatti, di scaricare una nuova applicazione da installare nel proprio telefono, ma gli permette di usufruirne semplicemente attraverso le app di messaggistica che già utilizza quotidianamente.

Le aziende che vorranno guadagnare una posizione di vantaggio nei confronti dei concorrenti, dovranno necessariamente puntare sull’innovazione tecnologica in direzione dell’intelligenza artificiale, attivando budget e programmi dedicati all’aggiornamento e alla formazione su questi strumenti.

Vuoi scoprire di più sulle potenzialità dei Chatbot? Contattaci e continua a seguire il nostro blog.


Milk adv e AMIN

Connessi alla comunicazione globale: Milk adv e AMIN WORLDWIDE

La collaborazione tra Milk adv e AMIN WORLDWIDE nasce dall’esigenza di fare comunicazione oggi in un mondo connesso a livello globale.

L’agenzia creativa del 2018 è glocal: sviluppa le risorse del proprio territorio, ma deve essere in grado di sfruttare le opportunità offerte dal mercato globale.

Senza più alcuna distinzione tra mondo online e offline, ogni progetto di comunicazione richiede la capacità di dialogare con il proprio target di riferimento adattandosi ai vari canali disponibili.

Milk adv è l’agenzia creativa di AMIN WORLDWIDE per l’Italia

Partecipare a un network internazionale di agenzie indipendenti è un’opportunità per relazionarsi con le più interessanti agenzie di comunicazione indipendenti del mondo. AMIN WORLDWIDE connette 5 continenti e più di 60 agenzie creative in un network per cui Milk adv è l’agenzia creativa di riferimento per l’Italia.

Come funziona questo network?

Sempre più spesso i nostri clienti, o quelli dei nostri partner, necessitano di una comunicazione personalizzata, vicina ai territori del loro target o alle origini dei loro prodotti. AMIN WORLDWIDE mette in comunicazione le agenzie per sviluppare partnership nella produzione dei contenuti e delle campagne di comunicazione per questi clienti.

Milk adv è coinvolta in diversi progetti, collaborando con agenzie del network su progetti di respiro internazionale:

  • con Trone Brand Energy, agenzia americana specializzata su petfood e petcare, per un supporto strategico sullo sviluppo di una campagna di comunicazione europea per prodotti innovativi per la salute del cane;
  • con Mosquito, agenzia belga, per la creatività di uno spot per un’azienda leader del comparto alimentare;
  • con SHS, agenzia americana esperta di comunicazione di food brand, in una gara internazionale per un cliente italiano con obiettivi di penetrazione in USA.

Nuove fonti d’ispirazione per un mondo in continuo cambiamento

Per Milk adv entrare a far parte di un network internazionale come AMIN WORLDWIDE, non ha solo un’importanza strategica, ma è la scelta consapevole di partecipare a una comunità viva e pulsante, presente in ogni angolo del mondo e naturalmente portata allo scambio di informazioni, alla condivisione delle risorse e dei metodi, al confronto e alla revisione del proprio approccio, con lo sguardo sempre rivolto al futuro, alle nuove tendenze e all’evoluzione dei mercati.

Tutte le agenzie partecipano a conference call periodiche e meeting regionali e globali con cadenza semestrale; queste sono l’occasione per la condivisione del know-how anche dei membri più lontani tra loro, affinché tutti possano portare la loro esperienza e il punto di vista in un processo di crescita collettivo.


Non dimenticarmi

Non dimenticarmi

Perché un'azienda parla di sé? Perché decide di uscire allo scoperto, di comunicare al mondo il proprio mondo? Chiederselo non è un'opzione, una pausa di riflessione tra un brief e l'altro: è la domanda da porsi, prima ancora di iniziare.

Un brand comunica per essere ricordato. Semplice. Ma questa risposta contiene una nuova domanda che spesso non viene considerata, perché tendiamo a fermarci qui, a rimboccarci le maniche e a lavorare alla soddisfazione di questo bisogno. Ma cosa significa veramente voler essere ricordati? Cosa c'è dietro la volontà di perpetuare un nome, un prodotto, un sistema di valori?

C'è la paura dell'oblio. Quel pensiero intollerabile, inconcepibile, di essere dimenticati. È la nemesi del profitto, l'incrollabile eresia nella logica di domanda-offerta. Un'azienda comunica perché non vuole essere cancellata dalla mente, dal desiderio, dall'impulso del suo pubblico all'acquisto.

La competizione nasce dallo stesso principio. Difficilmente chi è senza concorrenti resiste alle variabili del destino. Perché è solo. Il suo vantaggio di partenza può diventare un vicolo cieco: e se cado io, cosa resta? E se qualcuno prende il mio posto? Se sarà ricordato per avermi sostituito? Ecco perché contendersi un posizionamento garantisce presenza, gerarchia, opportunità di crescita. Futuro. E più aziende presidiano un settore e lottano per esso, più si riduce il pericolo dell'oblio.

Ergo, "non dimenticarmi" è il primo comandamento di tutte le aziende del mondo. Caro consumatore: ci sono prodotti, servizi, promozioni che non potrai né perdere, né dimenticare. Ma prima di tutto ci sono io, la tua azienda, pronta a soddisfare ogni tua esigenza. Io, con il mio logo, i miei colori, il mio format, il mio messaggio istituzionale, il mio bagaglio di esperienze, il mio essere sempre, da 30 anni a questa parte così come fra altri 30, qui e ora.

Storytelling

Assistiamo a un paradosso che sembra non avere nulla a che fare con l'oblio, quando invece rischia di rappresentarlo al massimo: è il sovraffollamento della comunicazione. L'esplosione del web e dei social network non ha solo favorito nuove forme di espressione, ma ha elevato a potenza il panorama delle aziende che comunicano in real time. Il detto mcluhaniano "il medium è il messaggio" è obsoleto: da tempo, ormai, bisogna dire "il medium è il contenuto" (una riformulazione di "content is king"). Tutti possono dire qualcosa e dirlo bene, senza dover più investire cifre proibitive. Risultato: un bombardamento di messaggi. Prendiamo lo storytelling, strumento che nasce per avvicinare la vita delle persone alla storia del brand. Bene. In pochi anni, dall'uso siamo passati all'abuso: non c'è impresa, oggi, che resista alla seduzione di una storia. Con il risultato che tutti fanno storytelling, livellandone il valore preciso, circostanziato. Rendendolo, di fatto, storyselling. Qualcosa che puoi comprare e subito dopo dimenticare.

Vuoto o sovraffollamento: come affrontare le due facce dello stesso oblio?

Non certo indietreggiando a tendenze passate, né auspicando l'eclissi dello storytelling. Per noi creativi conta piuttosto interrogarci ancora, e ancora. Dobbiamo uscire, parlare con la gente, captare informazioni. Dobbiamo capire a chi si addice un video virale e a chi no, a quale brand è congeniale uno storytelling e a quale meno. Dobbiamo ricercare, selezionare, approfondire contenuti che siano mirati al singolo cliente, a prescindere dalla moda del momento e fedeli a questa domanda assillante, fondamentale, capace di trasformare linguaggi e tecniche. Da questa domanda sono partiti quelli di Apple per creare, dietro un immaginario, un culto; da questa recondita, inconscia paura, Dove ha spostato il paradigma beauty & care dall'estetica all'etica. Da qui dobbiamo ricominciare, ogni giorno, a individuare di ogni azienda il suo modo di dire la sua.

Per favore. Non dimentichiamoci di essere indimenticabili.


Passami l'Heinz

Passami l'Heinz

Kairós. Parola cara al pensiero greco antico, dalla retorica alle arti, fino alla filosofia: oggi potremmo tradurla con "il momento opportuno".

È quel preciso istante (perché di un istante si tratta) in cui tutto avviene nel suo preciso momento, alle condizioni migliori, senza esitazione. Come rivela Platone, è la fase in cui il sole è più alto nel cielo, nella radura alberga il silenzio e ogni cosa, dalla cicala al ramo dell'albero, vive nella sua più pura e inedita quiete, condizione ideale al manifestarsi del pensiero. Il kairós è l'occasione che non ricapita. Una sorta di tempismo rappresentato.

Di questo si nutre, di questo si alimenta, anche la comunicazione. È un aspetto mai trattato abbastanza, ma cruciale per capire in cosa consista il mestiere della creatività. Non stiamo parlando di pace interiore del creativo: parliamo del valore che ha il tempo, il giusto tempo, nello stabilire quando un'idea può o meno diventare una campagna.

Esistono idee fulminanti, debordanti, madornali. Ma fuori tempo. Alla greca, potremmo dire: fuori dal loro kairós. Le ragioni sono varie: possono trattare temi che il cliente vorrà sviluppare in un secondo tempo. Possono essere talmente innovative da anticipare troppo presto una tendenza, o talmente ingenue da accodarvisi troppo tardi. Infine, più semplicemente, hanno bisogno di più tempo di gestazione, per poter sbocciare.

C'è un bell'esempio, che riguarda la multinazionale del food Heinz: in un episodio del serial di successo Mad Man, incentrato sui primi anni d'oro della pubblicità a stelle e strisce - gli anni Sessanta - il team di creativi presenta al cliente una campagna che dire rivoluzionaria è poco. In un'epoca ancora vergine di concetti come "interruzione dell'aspettativa" e "negative approach", la proposta in questione mirava a non mostrare il prodotto (l'iconica salsa al ketchup) ma solo evocarlo, piazzando in primo piano una fetta di carne, un piatto di chips, un burger, "conditi" dalla head "passami l'Heinz".

Fredda, come da copione, la reazione dell'azienda, sorpresa nel non vedere il tubetto più ambito d'America campeggiare a centro pagina. Risultato: bocciatura. Troppo ambiziosa, troppo concettuale, troppo poco "mass oriented". Perché? Perché quell'epoca (come d'altronde le successive, fino ai Novanta) esigeva la rappresentazione teatrale, sacrale, del prodotto. Ecco perché l'adv non poteva rispondere al proprio kairós.

Fatto sta che oggi, quella scena di Mad Man si trasforma in uno spunto irresistibile per la stessa Heinz, che per la sua nuova campagna ha deciso di riprodurre fedelmente la suggestione pubblicitaria introdotta nella serie. Oggi sì, che si può scavalcare il prodotto. Oggi sì, che si può - e forse, ormai, si deve - lasciare al messaggio, al contenuto, alla storia - la priorità. Oggi sì che quell'headline senza il suo diretto riferimento visivo può brillare in tutto il suo kairós.

Le campagne che hanno fatto più riflettere, più discutere, più emozionare, sono uscite quando era ora che uscissero. Quelle che non hanno funzionato, invece, molto probabilmente contengono non solo un errore di creatività, ma anche una fallace valutazione del tempo. Per questo, in fase creativa, è sempre utile interrogarsi, oltre che sul "perché" e sul "che cosa", anche sul "quando".

Nel dubbio, date retta a Platone. Anche se i creativi, lui, non li sopportava.


Calcolare

Calcolare

Sicuramente il contabile.

Viene da rispondere così, alla domanda: "Qual è la professione più lontana dal creativo?"
Un po' diversi lo sono: chi mette più ragione, chi più sentimento. Chi lavora con i numeri, chi con immagini e parole. Chi vive d'inventari. Chi d'invenzioni.

Ma sono davvero agli antipodi?

Che cosa fa il grafico, quando adatta un contenuto a un formato? E il copy, quando controlla gli spazi disponibili alla stesura del testo? Cosa fa, in generale, un creativo, quando deve misurarsi su un brief, per sviluppare una campagna?

Semplice: calcola.

Come abbiamo già accennato su questo blog, la carta vincente del creativo non è l'invenzione fine a se stessa, ma l'intuizione educata, programmata, calcolata. Come scriveva Roland Barthes sul ruolo del narratore, in gioco non c'è mai la cieca, incondizionata libertà, ma una libertà vigilata.

In comunicazione vale lo stesso. Se vogliamo, con un pizzico di difficoltà in più: il nostro destinatario non è il pubblico tout court, ma il pubblico mirato (target), relativo a una specifica promessa di marca.

Quindi? Come fa un calcolo a valorizzare l'idea? Prendiamo il Super Bowl 2017. Quest'anno ci ha colpito lo spot di Snickers, più unico che raro perché girato dal vivo tra un tempo e l'altro del match. Una sfida nella sfida, tanto che nel video viene addirittura annunciato l'esatto vantaggio parziale di Atlanta (21) su New England (3), poi ribaltato dai Patriots con la conquista del titolo. Non c'è caso migliore per illustrare il nesso tra un guizzo creativo e la sua rigorosa orchestrazione.

Ovvio: non è mai solo una questione di calcolo. Ma come è normale pensare a un'etica e a un'estetica della comunicazione, è altrettanto lecito parlare di logistica, analitica e, perché no, ingegneria della comunicazione. Con buona pace di analisti, ingegneri e comunicatori.

Chissà se il chiarimento servirà a chi ancora chiede: "Ah, sei un creativo. E di lavoro, esattamente, che fai?"


Cambiare

Cambiare

Prendi Bowie.

Uno che non è mai rimasto uguale a se stesso. Da Ziggy Stardust a Nathan Adler, dalla psichedelia al pop passando per la dance: sempre a sperimentare, a reinventare, a reinventarsi. Uno che cambia, per il brivido stesso di cambiare.

Quando le cose non vanno bene, o si affonda o si cambia. Ma quando tutto fila liscio, perché cambiare? Il Duca Bianco ci vedeva lungo. Cambiare è nell'essenza della comunicazione.

Prendi Juventus.

Squadra che vince e che cambia. Il nuovo logo rappresenta una rivoluzione non solo nel mondo del calcio, ma in generale nello sport: per la prima volta, una società decide di trasformare la propria identità diventando un brand. Un'operazione che ha bisogno di tempo per sedimentarsi nella coscienza collettiva. Ma che ad oggi rappresenta un'azione inedita, radicale, di cambiamento.

Prendi Tim.

Il primo passo inizia un anno fa: nuovo logo, nuove critiche. Anche la campagna di supporto non ha esattamente convinto. Ma tant'è. C'è sempre tempo per cambiare. E allora via, nuova campagna, questa volta difficile da dimenticare. Perché sceglie di essere semplice: parla con la musica, con il corpo, con il gioco delle scritte in sovrimpressione. E crea un nuovo tormentone, coordinato su tutti i media e i materiali. La formula è nota e funziona: cambia, coordina, ripeti.

Prendi noi.

Restyling del logo e della sede, nuovo sito in italiano e inglese, nuovo video, nuovo messaggio: emoziona, emozionami, emozionamilk. Tre parole per trasmettere un movimento riflessivo e attivo, come recita il nostro manifesto: "L'emozione che proverai per le nostre idee, sarà la stessa che il pubblico proverà per il tuo brand". Un pubblico che cambia, valica i confini nazionali e si prepara a emozionare il mondo.

Sì, perché oggi Milk è la nuova e unica agenzia italiana del circuito AMIN Worldwide, network mondiale con agenzie indipendenti di circa 30 Paesi, distribuite in ogni continente. Ci siamo scelti, ci siamo incontrati, e adesso siamo pronti a connettere più brand, più persone. Più emozioni.

Siamo parte anche di AssoCom, l'associazione che promuove le aziende di comunicazione che spiccano per professionalità e creatività.

Ecco. In questo non siamo cambiati.

 


Letterina.doc

Caro Babbo Natale,
quest'anno non ti chiedo tanto: solo tutte le parole del mondo. Non te la caverai con un dizionario: quello ce l'ho già. Io vorrei che al momento giusto, quando le parole mancano, non manchino più. Vorrei averle sempre in mente e usarle bene. Non una di più, non una di meno, come ci insegnano quelli bravi.

In realtà non è vero. Le voglio tutte tranne scialla, svapare, sciabolare, petaloso, inzupposo, pigiamarsi, apericena, bro, frà, sbatti, sbatta, bomber, asap, pisellabile, ti whatsappo, ti wetransfero, ti fotoscioppo, ti lovvo, linkamelo, instagrammo, sushino, escile, outfit, pizzata, fashionista e ciaone. Mi fermo qui solo per stare in un A4.

Bada, Babbo: non è per snobismo (già che ci sei escludi anche questa). Sogno di liberarmi di quello che non è semplice, diretto, essenziale. Di imparare a parlare come un bimbo che scrive la letterina di Natale. Ecco perché a 30 anni sono ancora qui a scriverti.

Non sono egoista. Non importa se vado contro i miei interessi di copywriter, ma vorrei che tutti avessero le parole, le parole giuste. Vorrei che, nell'istante in cui la voce sta per emettere un suono ottuso, di colpo questo suono si trasformasse in un pensiero acuto. Vorrei che tutti vedessero nella comunicazione un bene primario, una risorsa irrinunciabile, e non un passatempo creativo che un giorno, come per magia, si è trasformato in un lavoro. 

E poi, vorrei continuare a emozionarmi. Eh sì, perché cosa ti fai di tutte le parole, se non ti parlano dentro? Sai, in questo lavoro, prima dello stipendio, è importante ricevere un brivido. E soprattutto, trasmetterlo a chi ti legge. Siamo tutti bravi a scrivere per noi. A scrivere per gli altri, beh, il cerchio si restringe.

Che altro dirti? Buon Natale, Babbo Natale.
Ah, mi raccomando: consegna puntuale, soddisfatto o rimborsato.
E se domattina non ti vedrò arrivare, fa niente.

Ti crederò sulla parola.


Be Brave

Be Brave

Come lo spieghi, il coraggio, a chi è nato nel Duemila?
Forse è più facile di quel che sembra: ci vuole coraggio a non farsi un selfie.

Cambiano i tempi, cambiano le priorità: è tutta una questione di prospettiva.
Ora, con l'analisi delle prospettive i brand ci costruiscono le campagne pubblicitarie. Che nella maggior parte dei casi parlano nel loro tempo, secondo le loro priorità e proprio per quei Duemila che oggi fanno un pubblico.

Tradotto in marketing: ci vuole coraggio a sconsigliare un selfie.
Eppure, un brand non è solo identità, equità, reputazione e consapevolezza.
A volte può smettere di alzare la voce e parlare fuori dal coro. Essere coraggioso.

Lo si è visto nei manifesti di Oliviero Toscani per Benetton, nella campagna Be Stupid di Dieselnella scelta di Dove di raccontare tutte le donne. Non solo la taglia 42.

Oggi, in un'epoca in cui togliere un like è già di per sé un atto sovversivo, resistere ai cliché social è già un atto di coraggio. A dirlo è chi per professione idea, sviluppa e promuove campagne social. E proprio per questo è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso, che non si limiti a rispettare le regole, ma che sappia giocarci sapientemente. 

A noi di Milk piace questa attitudine. E guardiamo con interesse a chi, a livello internazionale, dimostra "coraggio social".

It takes courage: non poteva esserci claim migliore per raccontare i nuovi, coraggiosi manifesti Ray-Ban, con un ragazzo e una ragazza che si guardano e si sorridono in metro. Peccato che intorno a loro, gli altri passeggeri abbiano uno smartphone incollato sugli occhi. L'invito a disconnettersi arriva diretto e potente, come una puntata di Black Mirror. 

Si diceva: basta selfie? Ed ecco Canon, con #selfieless. Ovvero: a Natale basta autoscatti, solo buone azioni da fare, fotografare e condividere. Un punto di vista diverso che non esce dalla logica del "se tutti mi vedono, esisto", ma almeno prova a sorvolare la deriva esibizionista. E a portare, insieme a una foto, un gesto concreto.

Anche la campagna #touchthem per la prevenzione del tumore al seno è social, ma in modo innovativo: sfrutta la policy di Instagram - che, come Facebook, censura in modo acritico e tranchant le foto di nudo totale o parziale - per sprigionare una straordinaria operazione virale, spingendo migliaia di donne da tutto il mondo a postare le proprie immagini censurate da un emoji. La prova che intelligenza e indipendenza sono più social dei social, ancora soggetti a regole troppo rigide per professarsi, fino in fondo, moderni.

Sulle libere interpretazioni dell'hashtag hanno lavorato in molti, da ultima Audi. Siamo abituati a taggare tutto? La nuova Q2 è #untaggable. E ci mette il tag. A dire il vero, una campagna più furba che coraggiosa.

Forse il coraggio entra in gioco quando un contenuto dell'esperienza (reale o virtuale è ormai un dettaglio) viene riletto in chiave critico-dinamica. Sul piano creativo significa spingersi oltre il terreno della sicurezza, della confidenza, dell'immedesimazione a tutti i costi. Spesso presuppone uno sforzo immane, ma non possiamo non includerlo nell'incessante movimento della comunicazione.

Un movimento che ogni tanto, tra un scroll e l'altro, ci dice: non facciamoci un selfie. Facciamoci coraggio. 


Il post non contiene olio di palma

Il post non contiene olio di palma

Oggi a colazione provi una strana sensazione. Osservi il latte formare brevi onde nella tazza, mentre immergi il tuo frollino al cioccolato. In quel biscotto c'è qualcosa di diverso. Tu stesso senti di essere diverso. Ma in che senso? Poi, d'un tratto, la rivelazione. Ricordi un dettaglio sulla confezione. Lo stesso che hai visto, ascoltato, in quello spot. Una frase, una sentenza: "Senza olio di palma". Subito emerge, insieme al frollino, la tua strana sensazione: è di sollievo. Di libertà. Come da cosa? Dai sensi di colpa.

Nella comunicazione c'è un nuovo tormentone. Se ve lo siete persi lo trovate qui,  qui, qui, ma anche qui, qui, qui e... insomma, un po' dappertutto. Vi basteranno cinque minuti di zapping (o clic) compulsivo per accorgervi del trend che ha preso tutta, ma proprio tutta, la creatività legata a merendine, snack, biscotti e panificati delle multinazionali.

Senza olio di palma. Quattro magiche parole che hanno assunto il peso di un claim, spesso sostituendosi ad esso e presentandosi come ultimo e più importante messaggio del brand. Un caso eclatante di Real Time Marketing,  con i colossi dolciari (e non solo) costretti a scendere a patti con un tema sempre più caldo, fino a virare sul marketing del "palm oil free". Ma riavvolgiamo il nastro.

Gli oli di palma costituiscono il 32% della produzione mondiale di oli e grassi. Il motivo è semplice: costano poco. Li troviamo in saponi, polveri detergenti, creme, prodotti da forno. Spesso l'ingrediente della discordia è stato riportato nella formula (piuttosto vaga) di "olio vegetale". Dal 2015 il Regolamento UE obbliga a chiamarlo col suo nome.

Arriva sempre il momento in cui si muovono i consumatori. Persone e Associazioni si documentano sui suoi reali effetti su ambiente e salute. Emerge che, oltre al rischio deforestazione e alle emissioni di carbonio dalle monocolture, l'olio di palma e tutti gli oli vegetali raffinati ad alte temperature possono contenere sostanze tossiche (stando al rapporto 2016 dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare). La notizia corre sul web, anche grazie agli strali di Greenpeace e Altroconsumo. E i brand corrono ai ripari.

Nuovo vessillo, nuovo messaggio: un "senza" in più da aggiungere a senza grassi, coloranti, zuccheri, glutine... Perché oggi l'epica della bontà ha ceduto il passo a quella della sicurezza. E per sentirci ancora più sicuri, forse è meglio elencare tutto ciò che ci viene risparmiato. Una logica tanto intrigante quanto facile da parodiare.

È curioso come questo binomio ingredienti/salute venga espresso togliendo, trasmettendo ciò che non c'è, invece di valorizzare quello che c'è. Nulla ci vieta di pensare che, dopo l'olio di palma, scopriremo nuove privazioni da trasformare in messaggio. Chissà se aveva ragione Mauro Corona, quando diceva: "Le assenze lasciano segni, solchi che nessuna aggiunta può colmare".